I racconti delle socie


Ecco finalmente la seconda parte di "UNGHIE E CAPELLI", il diario di Cesira,
mirabilmente scritto dalla Egle. Se non ricordate come tutto era iniziato,
andate a leggervi il numero quattro della Moirazine!

 

UNGHIE E CAPELLI
(diario di Cesira)

11 dicembre
 

Scrivo solo ora il resoconto di quel che è accaduto ier sera, poiché avevo bisogno di tempo per venirne a capo.
Con una scusa le ragazze mi hanno abbandonato, al fine, agli ultimi due appuntamenti della giornata.
Non posso dimenticare questo loro atteggiamento da fantesca indolente, eppur la compassione intenerisce il mio cuore al pensiero della paura che tali soavi fanciulle devono aver sentito all’appropinquarsi dell’ora fatale; sicché il perdono guida i miei ragionamenti e ho deliberato, tra me medesima, che non le lancerò in malo modo, all’urlo “attenti in strada”, verso la miseria e l’asfalto, si tenace e solido, ma farò far fare loro un aggraziato e vezzoso “corso di sopravvivenza” in guisa tale che la mia “compassione” possa essere soddisfatta.
Allo scoccare delle sei della sera, mentre apparecchio i locali per accogliere i miei abituali clienti, ecco che la porta si è aperta e Capelli, al quale avevo dato appuntamento prima affinché potessi tentare Unghie con nuove fantasie ardite di ispirazione costruttivista,  è entrato con grandi occhiali scuri, una mantella nera con cappuccio, alti stivali neri, con tacco vertiginoso, e pantaloni in velluto nero, così attillati da sottolineare ogni curva delle gambe.
Portava i guanti… neri.
Mentre la porta lentamente si chiude, Capelli si toglie i guanti, lasciandoli cadere sulla poltroncina della sala d’aspetto, indi gli occhiali li raggiungono presto e con una gamba protesa in avanti, il ginocchio lievemente piegato verso l’altra gamba, mi ha guardata.
I gomiti appoggiati delicatamente ai fianchi, le mani in avanti, protese verso il cielo, Capelli ha sollevato gli occhi, guardando insondabili profondità celesti e con voce roca “GUARDAMI!!! Sono un disastro…”.
Mi sono avvicinata e mentre forte inveiva con l’umidità, l’ho aiutato a togliersi la mantella e la parrucca rossa, modello Rita Hayworth, un vero successo, che indossava quella sera, e mormorando parole rassicuranti l’ho accompagnato a una sedia in modo che si riprendesse.
“Forza” gli ho detto “ non fare così, vedrai che sistemiamo tutto e tornerai… splendido come sempre, facciamo il solito?”.
Mi ha guardata, la bocca corrucciata e la fronte, dominata da quelle sue lussureggianti sopracciglia contigue, distesa e gli occhi che rivelavano una determinazione insolita, ed ecco dipingersi sul suo viso un’espressione pensierosa, eppure divertita, che ingentiliva i suoi tratti si da farlo assomigliare, solo per un istante e pure vagamente, ad un essere umano.
“Oggi… pazzie” mi ha detto con voce squillante e complice “shampoo, tinta e messa in piega. Voglio essere BIONDO”.
L’ho portato al lavandino e l’ho preparato per lo shampoo, avendo cura che il suo maglione tigrato con lungo collo non potesse sporcarsi; lui si è seduto, calmo, dignitoso, senza più quella malizia, quella furberia che la parola “biondo” gli aveva animato il viso e ,chiuse le palpebre, si apprestava ad essere creta morbida nelle mia mani d’artista, affinché potessi trasformare i suoi “capelli” in una ammaliante arma di seduzione.
Mentre Capelli era in questo stato, la porta nuovamente si è aperta ed è entrato Unghie.
Rigido, compassato nel suo lungo cappotto nero, calzava anfibi anch’essi neri e il suo lucente, pallido, cranio riverberava sotto la luminescenza elettrica del negozio, ed ha esordito con un “Juliet! Tesoooooro” mentre deponeva il cappotto sull’appendiabiti e mi rivelava, o quale indicibile orrore, la sua mise.
Degli anfibi ho già detto, le gambe, ch’io m’ero figurata più volte lunghe e ossute, sono coperte da una lunga gonna a balze, pitonata grigia, mentre un corpetto nero, con paillettes Silver che sottolineavano le coppe, racchiudevano il suo esile busto.
La pelle algida spiccava dal nero busto e le unghie erano prive di smalto; caro Unghie, così attento al mio lavoro, si presenta sempre quale superficie pronta ad accogliere il mio genio.
I due, Unghie e Capelli, non possono vedersi poiché io mi frappongo fra loro, ma quando accompagno il nuovo venuto al suo posto, ecco che i loro sguardi si sono incrociati e lo stupore ha illuminato quegli albini volti.
“Nooooo!!!” ha esclamato Unghie, e Capelli, stupefatto, si è alzato, io mi sono fatta da parte in modo da dare spazio al reciproco riconoscimento, ed ecco che si sono abbracciati e sfiorati le guance per tre volte, continuando a ripetere “ma tu guarda”, “non ci posso credere”, “quanto tempo” e frasi siffatte come sogliono fare vecchi amici che da tempo le traversie della vita hanno tenuto divisi.
Ancora abbracciati si sono volti a me, i loro visi così vicini da farmi notare una somiglianza sorprendente, sino a farmi pensare che la stessa madre sia stata maledetta dalla nascita di tali scorfani, e Capelli ha detto “Mina c.a.r.a., perché non mi hai detto che anche lui era tuo cliente? Ed io che sono anni che vengo qui e non ne sapevo nulla!”.
Unghie mi ha guardato, si è sciolto dall’abbraccio di Capelli e poi, portandosi una mano in vita e l’altra sul petto, con gesto così fluido del polso da fare aderire i polpastrelli alla pelle, lasciando le sue unghie ben divaricate e visibili, e “tesoro… a saperlo”, mentre dice questo ha un’aria di grazioso rimprovero nei miei confronti.
Ecco che Capelli prende le mani di Unghie, ne allarga le braccia in modo da vederlo in tutta la sua figura ed esclama “non sei cambiato di un giorno”, e da questo momento iniziano a parlare di quanto la natura sia stata clemente con loro preservandoli dallo scorrere del tempo; madre natura fu già matrigna con loro ed è solo compassione, a mio avviso, che le impedisce di infierire ulteriormente.
Il clima si è rasserenato e mentre Unghie si mette a proprio agio e si accomoda, preparo le mani di Capelli per lo shampoo… di grazia, quale dimenticanza, invero, diario, ho commesso.
Capelli è completamente calvo, è per questo che ha acquistato una morbida e splendete parrucca modello Rita Hayworth, ma le sue mani, che da sole basterebbero, qualora il suo aspetto fosse appena “guardabile”, a dare testimonianza di quanto dura madre natura fu con questa sua creatura, sono adornate da lunghe, fluide e setose masse di peli neri come una notte d’inverno.
Ecco perché “Capelli”; nessuno in capo ne ha, ma è come se essi, per un qualche arcano sortilegio, fossero migrati sui palmi delle sue lunghe e affusolate mani.
Mentre, ora con l’uno ora con l’altro, svolgo il mio lavoro li sento conversare amabilmente.
“Allora, tesoro”  dice Capelli, mentre applico il balsamo alla sua fluente chioma palmare, rivolgendosi al suo amico or ora ritrovato “ci vediamo prima del previsto. Sono proprio contento di ciò; abbiamo modo di chiacchierare più a lungo… cosa hai fatto in tutto questo tempo?”.
Unghie ha sollevato lo sguardo dalla rivista che stava sfogliando, l’ha deposta, ha fatto un lungo sospiro e pareva che la sua mente fosse offuscata da una nube di tristezza, come se il parlare degli eventi del suo passato gli causassero dolore, ma facendosi forza ecco che si è volto verso Capelli, al quale stavo per applicare la tinta “biondo canarino acceso” come da sue istruzioni, e ha iniziato a narrare.
“Sai che volevo cambiare casa, te l’ho sicuramente detto anche se ora non te lo ricordi”
Capelli infatti si era per un attimo reso pensoso come per recuperare il ricordo di questa antica confidenza; Unghie ha però proseguito come se il fatto che l’amico si ricordasse di questo avvenimento o meno fosse del tutto irrilevante.
“Avevo letto di un favoloso loft in quella bella città portuale tedesca.”
Capelli ha annuito dando segno di riconoscere il luogo
“Così mi sono messo in contatto con una agenzia immobiliare del luogo per l’acquisto, sai che non potevo muovermi di casa, avevo un sacco di cose da fare e non potevo mollare un attimo la mia abitazione perché necessitava di continua manutenzione; e poi sai com’è difficile trovare della servitù di questi tempi.
L’agenzia tedesca mi manda questo bel giovine, sposato ho scoperto dopo, per trattare l’affare e così gli ho offerto tutta la mia ospitalità; m’ero anche dipinto una “Marianna” alla Gericault sulle unghie, e tu non sai Juliet, tesoro, come sia difficile farlo da soli. Ma quel Jonathan, così all’improvviso, dopo aver abusato della mia ospitalità, appena firmato il contratto è scappato”.
“SCAPPATO.”
il tono con il quale dice questa parola, “scappato”, è di vero e profondo sdegno; si vede che l’evento l’ha profondamente ferito lasciando una macchia indelebile nel suo cuore, ora appesantito dal ricordo di si tristi accadimenti.
Capelli ha annuito e posso vedere sul suo volto, mentre orno i tricotici palmi di bigodini, un’espressione di partecipe compassione al sentire il racconto dell’amico.
Rinvenuto un poco, dalla grande emozione della fuga rimembrata, ecco che Unghie riprende la narrazione.
“Se pensava di potermela fare si sbagliava proprio; così l’ho seguito nella sua città, ho cercato di vederlo, in quel periodo la città era afflitta da non so quale malattia, dovuta alla scarsa igiene sicuramente, sai come sono questi porti di mare, ma ho dovuto impiegare moltissimo tempo prima di poterlo vedere, e lui come mi ha ripagato?”
“Come ti ha ripagato?” chiedo io, avendo riconosciuto il tono di chi chieda al suo auditorio di ripetere la domanda formulata
“Mi ha accusato di tutto! Oh! Quanto ho sofferto, ho anche cercato di rivederlo, ma niente così mi sono confidato con un’amica che avevo là… e lei mi ha accolto una sera in casa sua, le ho aperto il mio cuore narrandole tutte la mia pena e alla fine ho scoperto che lei era la moglie di Jonathan!”
Capelli, con le mani sotto il casco, ha sussultato alla sconvolgente notizia e allarmato ha chiesto all’amico
“E tu cosa hai fatto?”
“Che dovevo fare, caro?” ha ripreso Unghie ”Sono rimasto sbigottito, ma poi quelli dell’immigrazione hanno fatto irruzione nell’appartamento, sicuramente le due serpi avevano orchestrato tutto a mio danno, e mi hanno espulso dalla Germania… giuro che sono morto! Morto!”
Il povero Unghie è così provato dalla narrazione che gli porto un bicchiere d’acqua e mi preparo o occuparmi delle sue mani mentre quelle di Capelli sono sotto il casco.
“…e tu caro, cosa mi racconti di te, che hai fatto?”
Capelli si aspetta una simile domanda dal suo amico Unghie, vedo i suoi occhi velarsi di lacrime, il volto disperarsi di un subitaneo dolore, ma poi riaccendersi di una gioia melanconica causata dai ricordi che alla mente gli sovvengono e, dischiuse le labbra, narra i suoi amari casi.
“Avevo deciso di intraprendere una [i]tournée[/i] in Inghilterra, all’epoca il teatro, il palcoscenico, era una seconda casa per me, e volevo una dimora, signorile e confacente ai miei bisogni, che fosse nei pressi della Capitale.
Dovevo sistemare i miei affari nella natìa terra, così incaricai uno studio di avvocati londinesi di cercarmela in loco.
Dopo qualche tempo, preso dalle mie incombenze, mi dimenticai dell’avvenimento sino a quando un telegramma non mi informò dell’arrivo di un certo John Qualcosa, non ricordo, di lì a una settimana.
Un delirio, caro; un delirio.
La servitù era in ferie e non avrei mai potuto far salire su un taxi, con quei colori così discutibili, un mio ospite; così sono dovuto andare io a prenderlo.
Un bell’uomo devo dire, di compagnia, anche se davvero curioso; per sbrigare la pratica è dovuto restare da me per un mese, durante il quale ho dovuto lavorare come una sguattera per lui per fargli da mangiare e riassettare; senza contare poi che ha frugato in tutta la casa comprese le mie stanze.”
“Che cafone!” ha esclamato Unghie che sino a quel momento non ha osato interrompere l’amico che, come un fiume in piena, ha proseguito nella narrazione.
“Ed è solo l’inizio” ha detto Capelli, e dal suo viso era evidente la volontà di enfatizzare la cosa con un appropriato gesto della mano, e i suoi occhi, dato che non aveva le mani libere, rivelano una certa stizza contro il casco che ora asciuga le sue palme.
“Visto che era in casa mia ho pensato fosse mio dovere intrattenerlo al meglio della mia ospitalità, e così ho messo in scena “Otello”, il mio più grande successo.
Come ben sai in questa versione io faccio tutto, ma proprio tutto, scene e costumi compresi, ed è stato replicato centoventi volte, dico centoventi… sempre un successo; e quello non mi scappa alla venticinquesima replica!!!… guarda che affronto! Me lo sarei mangiato”
I suoi occhi tradiscono, lo vedo, una fiera rabbia
“Ho comunque deciso che non era il caso, per l’ignoranza di uno, di privare l’Inghilterra della mia arte e così sono partito.
Una sera, in teatro di periferia, scorgo un’attorucola, bravina; capisco che ha però del talento, anche se grezzo, e decido di prenderla sotto la mia ala per insegnarle la difficile arte del teatro.
Questa giovine aveva una sorella la quale, ho scoperto in seguito, era la promessa di John, così per preservare la mia pupilla dalle nefaste influenze di quell’insensibile, l’ho condotta nella mia casa.
Aveva appena cominciato ad imparare l’arte, che quei due diavoli non me la uccidono!”
Un’espressione di profondo disgusto, indignazione e orrore ha animato, a quelle parole, i volti di entrambi e Unghie “…ma ne hai le prove?”
“Subito no” ha proseguito Capelli “ma poi, quando la sorella è venuta a casa mia per proporsi come sostituta, ho iniziato a sospettare. Alla fine ho scoperto che la ragazza, seppur avesse un po’ di talento, non si applicava a dovere e così l’ho lasciata… e quel suo viscido fidanzato, spalleggiato da altri quattro bricconi par suo, ha minacciato di uccidermi!”
Nel dire questo, copiose lacrime di indignazione fanno colare righe di mascara sul diafano volto di Capelli; Unghie è parimenti addolorato, ed io mi dispero perché so già che dovrò rimediare a un tale macello… ma prima tolgo Capelli dal casco, mentre questi si riprende, pettino i suoi ricci palmi e chiedo a Unghie cosa vuole che gli dipinga sulle unghie… opta per un sobrio amaranto e Capelli, rallegrato dalla vista dei suoi palmi ricciuti, continua la narrazione.
“Come ho sentito quelle terribili minacce sono tornato a casa, e pensa che quei meschini mi hanno seguito e hanno continuato a importunarmi.
Le autorità, sai che non sono mai piaciuto loro, non hanno fatto nulla, così ho sin dovuto fingere la mia morte per liberarmi di questi scocciatori!”
Su queste parole ho completato la mia opera di manicure, Unghie era soddisfatto del mio lavoro, mi ha guardato e ha detto: “Ma ora basta, amico caro, ci siamo ritrovati e abbiamo importunato a sufficienza la buona Madame Juliet” e nel dire questo ha sorriso… preferisco se non sorride, né prima, né dopo i pasti.
Si sono entrambi complimentati con me, si sono rivestiti ed ho chiesto, mentre compilavo la fattura: “Così dovevate vedervi domani…”
“Già” ha detto Capelli “domani andremo a vedere quel film… come si chiama… te lo ricordi caro?”
Unghie si è fatto pensieroso, ha corrugato la fronte e ha detto
Intervista col vampiro…può essere?”
Capelli ha agitato felice i suoi palmi biondi e ha esclamato
“Proprio quello, con quei due… bravi… attori” e mi ha guardato con occhi complici.
Hanno preso commiato da me con un “alla settimana prossima” e si sono avviati lungo la via.
Mentre guardavo i loro nomi sull’agenda ho pensato che ormai mi sono abituata a loro e dopo anni di frequentazione vorrei che prenotassero con il loro nome e poi… che razza di “nomi di battaglia” sono Dracula e Nosferatu?

 

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